Museo Correr

Museo Correr

Percorsi e collezioni

Civiltà Veneziana

Nelle Procuratie Nuove, ideate dall’architetto Vincenzo Scamozzi (1552-1616), in cui risiedevano le maggiori magistrature della Serenissima, sono illustrati diversi aspetti della Civiltà Veneziana.

8. La Libreria a San Vidal. Nella sala sono state rimontate monumentali, architettoniche librerie in noce massiccio provenienti dalla famiglia Pisani che aveva il proprio palazzo in S. Vidal, attuale sede del Conservatorio Musicale di Venezia. Si tratta di un magnifico esempio di arredo seicentesco dove l’impianto classicista su due ordini sovrapposti, sottolineato da eleganti colonne corinzie scanalate, è solo in parte mitigato dalle grandi volute dell’ordine superiore, toccate dall’incipiente gusto barocco. Nelle librerie sono conservati manoscritti rari, volumi a stampa risalenti a epoche tra il primo Cinquecento e il Settecento e la grande raccolta delle commissioni dogali del Museo. I Pisani inaugurano di fatto la stagione della biblioteca-museo nel tentativo di estendere l’immagine della grandezza e della munificenza al servizio della patria al settore librario. Al centro della sala un imponente lampadario settecentesco di fabbrica muranese è probabile produzione della celebre fornace di Giuseppe Briati, come quello della sala successiva.

9 e 10. Le Magistrature. In queste sale sono esposti alle pareti i ritratti di alcune personalità della nobiltà veneziana nelle vesti tradizionali e rituali delle più alte magistrature della Repubblica. Tra questi i Senatori e i Procuratori di San Marco – con stola di velluto controtagliato sulla spalla – seconda carica pubblica dopo il Doge. L’austera signorilità, l’eleganza sobria ma solenne di queste vesti ufficiali ben assolvono alla funzione di sottolineare la dignità e il decoro delle cariche di governo e il carattere di servizio prestato alla collettività nell’assolvere con onore agli incarichi pubblici. Si segnala il severo Ritratto del Bailo Giovanni Emo attribuito a Pietro Uberti (1671–1726). Il bailo, l’ambasciatore veneziano a Costantinopoli, veniva eletto dal Senato ed aveva una posizione di grande potere in quanto era governatore locale, funzionario commerciale e doveva tenere i contatti con il potere politico locale. Segue il Ritratto di Vincenzo Querini di Bartolomeo Nazzari (1699–1750).

11. Le monete. Il Museo Correr vanta una straordinaria raccolta numismatica che comprende la serie pressoché completa delle monete coniate dalla Repubblica di Venezia dalle origini (ca. 820 d.C.) fino alla caduta (1797). La sala ne offre, nelle vetrine, una ricca selezione, in un percorso cronologico che si svolge in senso orario (perciò i pezzi più antichi si trovano nelle vetrine disposte lungo la parete a sinistra) e che consente di leggere in modo insolito e assai preciso il lungo dipanarsi della storia della città. Una storia segnata, tra l’altro, dalla fortuna nei commerci, dalla posizione strategica come centro internazionale di scambi, in cui anche la monetazione assume caratteristiche peculiari. Dal IX al XII secolo, la Zecca veneziana emette monete di matrice imperiale. Le ultime risalgono a Enrico IV o V di Franconia (1056–1125). La prima emissione col nome del Doge risale a Vitale II Michiel (1156–1172) mentre, con Enrico Dandolo (1192–1205), viene introdotta una nuova moneta in argento quasi puro e di peso notevole (gr 2,18) se paragonato con i denari di allora: il ducato o grosso matapan. Non è del tutto chiaro se questa sia stata veramente la prima moneta grossa europea, ma è indubbio che la città lagunare ne determina il successo a livello internazionale facendone la “valuta” più apprezzata in tutto il bacino del Mediterraneo. Nel 1285, Doge Giovanni Dandolo, Venezia crea una propria moneta in oro, il ducato, di peso e titolo identici a quelli del celebre fiorino d’oro di Firenze. Apprezzato ben presto quanto e più del fiorino stesso, il ducato, che con il doge Francesco Donà (1545–1553) comincerà a chiamarsi zecchino, diventa la moneta per eccellenza del commercio internazionale di Venezia, destinata ad essere imitata in moltissime regioni, dall’Europa all’India. Purezza del metallo e stabilità del peso rimarranno le principali caratteristiche dello zecchino veneziano che permarrà identico persino nelle raffigurazioni per 250 anni. Dalla fine del XV secolo si scoprono nuovi giacimenti d’argento nell’Europa centrale e, più tardi, inizia lo sfruttamento dei filoni argentiferi ed auriferi delle Americhe. Ciò determina modifiche in tutte le monetazioni d’Europa, ma Venezia è la prima città ad emettere monete di nuovo tipo nel 1472 con il Doge Nicolò Tron, che fa coniare una grossa moneta in argento del valore di una lira, la cosiddetta lira tron o trono. Da questo momento la lira, che fino allora era una pura unità di conto, diventa per la prima volta una moneta effettiva. Nel corso del Cinquecento Venezia rimane una delle più importanti piazze in Occidente del mercato dei metalli preziosi, ma va perdendo centralità nell’ambito del commercio internazionale. La Zecca veneziana dà allora progressivamente vita a nuove produzioni di grande modulo e peso come il ducato e lo scudo d’argento, e anche a monete di valori estranei alla tradizione veneziana tra cui, ad esempio, lo scudo d’oro di derivazione francese (Doge Andrea Gritti 1523–1539), il leone per il Levante (Doge Francesco Morosini 1688–1694), ad imitazione dei diffusissimi leewvedaalder (talleri con il leone) olandesi o il tallero per il Levante battuto a partire dal 1756 ad imitazione del tallero di Maria Teresa ormai dominante i mercati d’Oriente. La rassegna cronologica è chiusa dalle monete coniate dall’ultimo doge, Ludovico Manin, nel 1797. Seguono due vetrine dedicate alle oselle, sorta di monete-medaglie, battute prevalentemente in argento. Il loro nome ha un’origine curiosa: fin dalla seconda metà del XII secolo il Doge soleva omaggiare i Patrizi della città a Capodanno con cinque uccelli (osei) di palude. Questo dono nel tempo fu sostituito con uno equivalente in denaro e quindi, dal 1521, con una moneta coniata appositamente, denominata appunto osella. L’uso rimase poi immutato fino al 1797. Le ultime due vetrine sono invece dedicate alle tessere, manufatti impiegati a partire dal XIV secolo per gli scopi più diversi, così come oggi le “tessere”: alcune erano utilizzate come tessere annonarie nelle distribuzione di olio e sale a famiglie indigenti, altre servivano semplicemente da contrassegni nello scambio delle merci, altre ancora erano impiegate come segno di appartenenza a congregazioni religiose o a Scuole Grandi. Tra le opere a parete, spicca una grande tela con Santa Giustina e i Tesorieri, opera di Tintoretto (1580). Al centro sala, in vetrine, Strumenti della Zecca veneziana.

12.Venezia e il mare. La naturale vocazione al mare e la fortunata posizione geografica tra Oriente e Occidente consentirono a Venezia di raggiungere nell’Adriatico e nel Mediterraneo Orientale una posizione di egemonia, conquistata con l’abilità nel commercio e difesa con la forza delle armi. Nella flotta la chiave del successo: rapida e ben organizzata in una strategica rete di capisaldi a terra sui percorsi delle rotte abituali, segnava con la propria presenza l’espansione militare della Serenissima (Stato da Mar) e proteggeva la penetrazione economica della marina mercantile in un vasto e continuo pattugliamento delle acque. Nelle galere lo strumento delle vittorie: armate con remi e vela latina, erano in grado di attraversare tutto l’Adriatico in pochi giorni; imbarcavano leggere ma estremamente efficaci bocche da fuoco, e a prua un temutissimo rostro. L’equipaggio, che contava fino a 150 uomini, era reclutato e assoldato nei domini della Repubblica e, in casi estremi, anche tra i reclusi delle prigioni (Galeotti), in cambio dell’abolizione della pena. Fino a quando la supremazia tra le potenze marinare europee coincise con l’egemonia sul Mediterraneo, le galere veneziane furono temute protagoniste del Mare. Cedettero la loro posizione solo dopo lo sviluppo delle marinerie e delle potenze atlantiche e nello scontro logorante contro l’espansione dell’Impero Ottomano. La sala espone modelli di galere, strumenti originali di navigazione e della vita di bordo e, sulle pareti, dipinti evocativi di grandi battaglie navali veneziane contro i Turchi. Al centro della sala due modelli di galera e strumenti originali di navigazione e della vita di bordo. I due dipinti nella parete di fondo raffiguranti Scontri navali presso le isole Curzolari, ricordano un episodio della battaglia di Lepanto (1571), combattuta contro i Turchi per il dominio dell’Isola di Cipro e del Mediterraneo, dalla flotta veneziana unita a quella pontificia di Pio V e a quella spagnola di Filippo II. Celebrata come una grande vittoria della cristianità, segnò in effetti l’inizio del lento ma inarrestabile declino della potenza veneziana: solo due anni dopo, la pace firmata nel 1573 tra la Serenissima e i Turchi concesse a questi ultimi Cipro in cambio della ripresa dei commerci tra Venezia e il Levante. Nelle due pareti laterali due grandi quadri del XVII secolo, con Schieramenti delle flotte veneziane e turche. Sulla parete di sinistra è illustrata la battaglia nel canale di Metelino (Mitilìni, Lesvos) dell’8 settembre 1690, fra i vascelli veneti (Dolfin) e la flotta ottomana, con la nave di Dolfin, Redentore, attaccata dalle galere turche. La parete di destra ospita, invece, la battaglia del 20 settembre 1698 nelle acque di Metelino, fra i vascelli veneti (Dolfin) e quelli ottomani (Mezzomorto), con la nave Aquila mentre muove in soccorso della nave Rizzo d’Oro di Dolfin, immobilizzata e circondata dai nemici. Il ritratto seicentesco sulla parete sinistra, infine, si riferisce a Jacopo da Riva, Capitano da Mar della flotta veneziana, che sostenne l’ennesimo scontro contro i Turchi presso i Dardanelli (1646).

13. L’Arsenale. La sala è dedicata all’Arsenale, il vastissimo complesso di cantieri e di bacini direttamente e industrialmente gestito dallo Stato sia per la costruzione e il mantenimento della flotta bellica, come di gran parte di quella commerciale. La pianta acquarellata dell’Arsenale, opera seicentesca di Antonio di Natale, è un raro esempio di “veduta” dell’area cantieristica veneziana, solitamente protetta da assoluta riservatezza e da segreto militare. Curiose le due incisioni con vedute della porta dell’Arsenale di Michele Marieschi (1740) e di Giacomo Franco (1596) dove si vede l’uscita degli arsenalotti dal luogo di lavoro. I dipinti raffiguranti l’Arte dei marangoni (falegnami) e l’Arte dei calafati sono le insegne delle più importanti maestranze che, organizzate in corporazioni, lavoravano all’interno dell’Arsenale. Di Alessandro Longhi (1733-1813) è il bel ritratto di Angelo Memmo IV in veste di Capitano da Mar, la più alta carica della flotta militare veneziana. Nelle vetrine, modelli lignei per la costruzione delle navi e rari originali strumenti per la navigazione.

45. Il Bucintoro. Il Bucintoro è la mitica nave su cui il Doge e la Signoria si recavano ogni anno all’Ascensione nel porto del Lido per celebrare il singolare rito dello sposalizio tra Venezia ed il Mare. Si fabbricarono, sin dai tempi più antichi, vari esemplari del Bucintoro. L’ultimo fu realizzato tra il 1722 e il 1728, sotto la direzione dell’ingegnere navale Michele Stefano Conti. Misurava 35 metri di lunghezza e 7 di larghezza ed era mosso da 168 rematori. Nel 1797 il Bucintoro, privato dell’apparato decorativo, fu armato di cannoni e destinato alla difesa della laguna. Successivamente venne trasformato in carcere galleggiante e infine demolito nel 1824. La sala documenta lo splendore di questa imbarcazione, attraverso incisioni, dipinti e alcuni notevoli Frammenti in legno doratodell’apparato decorativo dell’ultimo Bucintoro, opera di Antonio Corradini (1729) e della sua bottega. Segue il dipinto l’Imbarco sul Bucintoro della Dogaressa Morosina Morosini Grimani (pittore veneto del sec. XVII) al suo palazzo sul Canal Grande a S.Luca; si noti sulla parete destra del dipinto il “teatro del mondo”, padiglione galleggiante utilizzato per le feste Un busto in terracotta dipinta, infine, raffigura l’Ammiraglio Francesco Duodo, opera di Alessandro Vittoria (1525-1608).

 

 

46/47. Le Feste. Le grandi scene di vita veneziana, esposte a parete, sono dovute al pittore tedesco, ma attivo in Venezia alla metà del Seicento, Joseph Heinz il Giovane. Si tratta di eventi festosi, occasioni di cerimonia in differenti scenari urbani resi dal’artista con grande vivacità e partecipazione. L’ingresso del Patriarca Federico Corner a S. Pietro di Castello avviene tra miriadi di gondole e di lussuose “bissone”, le tradizionali barche “da parada” veneziane. La Chiesa di S. Pietro, nel sestiere di Castello, è stata sede della cattedra patriarcale fino al tempo di Napoleone allorché la Basilica di S. Marco subentrò in tale funzione e la stessa abitazione del Patriarca di Venezia si trasferì nel nuovo Palazzo Patriarcale nella Piazzetta dei Leoncini. Il “fresco” nel canale di Murano è il tradizionale corso di barche addobbate che si teneva nel giorno dell’Ascensione. Sullo sfondo del dipinto si notano l’Abbazia di S.Cipríano (a destra) e la chiesa di S.Stefano (al centro), demolite nell’’Ottocento. La caccia ai tori in campo San Polo presenta un divertimento popolare che si teneva in vari campi della Città durante il periodo di Carnevale. I tori venivano lasciati liberi tra la gente o tenuti per le corna da robuste funi mentre cani mastini, appositamente addestrati, vi si avventavano contro mordendo loro le orecchie. Le bestie alla fine, esauste e sanguinanti, venivano decapitate con un enorme spadone impugnato a due mani. La stessa festa veniva offerta dai becheri (macellai) al Doge, alla sua famiglia e ai dignitari l’ultima domenica di Carnevale nel cortile di Palazzo Ducale.

48/49/50/51. Arti e mestieri. Quattro salette sono dedicate alle Arti veneziane, corporazioni di mestiere alle quali bisognava necessariamente essere iscritti per esercitare qualsiasi tipo di attività artigianale e commerciale. Queste consorterie, nate durante il Medioevo, a Venezia rimasero in vita fino alla caduta della Repubblica. Ognuna di esse aveva un regolamento interno con norme precise, le “mariègole” ed era soggetta allo stretto controllo statale attraverso la magistratura della Giustizia Vecchia, con sede nel Palazzo dei Camerlènghi, a Rialto. Le insegne che si trovano in questa sala provengono proprio da questo palazzo e servivano probabilmente da segnale per appendere gli avvisi riguardanti norme, tasse, ed altre comunicazioni relative a ciascuna corporazione. Quelle su tavola, più antiche (XVI–XVII secolo) mantengono una certa uniformità compositiva: nella parte superiore gli stemmi dei magistrati della Giustizia Vecchia, in quella inferiore una raffigurazione inerente l’attività dell’arte; quelle su tela sono tutte settecentesche e rivelano più ampia libertà di rappresentazione. Nelle vetrine sono esposti vari oggetti, esempi della produzione artigianale veneziana, tra cui curiose calzature da donna prodotte dai caleghèri, molto alti per non sporcarsi sulle strade fangose; bello anche il portaparrucche in legno dipinto, dell’arte dei Petteneri (parrucchieri). Due salette sono dedicate in particolare all’arte dei Dipintori, con preziosi e rari Cuoridoro, grandi pannelli di cuoio impresso e dipinto, usati per arredo e tappezzeria. Nella successiva dedicata all’arte dei Tajapiera, gli scultori, pregiati esempi di stemmi familiari in pietra d’Istria, leoni in “moleca”, l’urna per le denunce segrete e l’Altarolo del Traghetto della Maddalena, d’arte lombardesca.

 

52/53. Giochi. Le ultime sale di questo percorso sono dedicate ai giochi, sia a quelli popolari che si praticavano all’aperto, generalmente durante il Carnevale (raffigurati in dipinti), sia a quelli nobiliari che si svolgevano al chiuso nei “Ridotti”, vere e proprie case da gioco, ritrovi dell’aristocrazia veneziana, di cui le vetrine espongono interessanti “strumenti”. Prova di equilibrio e agilità si dimostrava in quegli esercizi chiamati Forze d’Ercole, con alte piramidi di uomini che si alzavano sopra un tavolato montato su panche, se il gioco veniva fatto a terra, o su barche piatte (peate), se veniva fatto sull’acqua. Coraggio e forza fisica esprimevano le fazioni rivali delle due contrade cittadine dei Castellani (abitanti di Castello, San Marco, Dorsoduro) e dei Nicolotti (abitanti di San Polo, Cannaregio, Santa Croce) che si affrontavano sopra i ponti nella Guerra dei pugni. Nelle vetrine sono esposti alcuni giochi, la maggior parte d’azzardo, praticati soprattutto dai nobili: oltre ai numerosi giochi di carte e di dadi, molto diffusi erano il Biribissi, la cui struttura sarà successivamente assimilata alla Roulette, lo Sbaraglino (oggi conosciuto con il nome inglese di Backgammon) e il Gioco Reale, a estrazione, assai diffuso nel XVIII secolo in città, fino all’interessante serie di mazzi di carte a cui spesso si affidava il compito di insegnare la storia, la geografia, l’araldica o la Bibbia. Alle pareti si trovano dipinti raffiguranti i vincitori delle regate.