Le Sale Neoclassiche e Collezione canoviana
Salone da ballo
Questo ambiente sontuoso e ricco, quasi fiabesco, unico per ampiezza e raffinatezza del decoro in stile Impero, venne progettato da Lorenzo Santi a partire dal 1822 e decorato da Giuseppe Borsato tra il 1837 e il 1838. I lati brevi della sala sono conclusi da logge concepite per accogliere l’orchestra che poggiano su colonne corinzie e trasformano, assieme a due piccole absidi, la parte alta del salone in uno spazio ovale. Al centro del soffitto l’affresco con La Pace circondata da Virtù e Geni dell’Olimpo di Odorico Politi allude alla restaurazione asburgica dopo le vicende napoleoniche.
Canova, dal disegno al bozzetto: dall’idea alla forma nello spazio
Provenienti da nuclei collezionistici di illustri figure in personale contatto con Canova (Leopoldo Cicognara, Bartolomeo Gamba, Francesco Aglietti ecc.), spesso quale amichevole omaggio dello scultore, il Museo conserva un importante nucleo di disegni autografi. Legati allo scaturire e al primo sviluppo del processo creativo, sono realizzati in due tecniche favorite dallo scultore: la matita, per ricercare soggetto e composizione allo stato nascente e la china, con tratto sicuro, per soggetti ormai maturi nel gesto.
Materiali docili come l’argilla (poi cotta o lasciata cruda) o la cera, sotto le dita e la stecca dello scultore danno ‘in scala’ forma tridimensionale concreta all’idea nata nell’attimo, oppure la verificano nello spazio dopo il primo passaggio creativo nel disegno.
Canova, l'esordio: da Venezia a Roma, dal Barocco al Neoclassico
Antonio Canova nacque nel 1757 a Possagno, in una famiglia di qualificati scalpellini. Presto a contatto con gli esponenti più influenti dell’ambiente veneziano, trovò qui il fondamentale indirizzo culturale classicista e le prime committenze. Grande abilità dimostrano i precoci Due canestri di frutta (1774) barocchi. Con Orfeo ed Euridice (1775-76) il diciottenne scultore dà il suo primo suggestivo saggio di scultura ‘in grande’, mostrandosi ancora assai influenzato dal gusto del Settecento.
Un approccio superato col primo capolavoro Dedalo ed Icaro (1777-79), che gli favorì dal 1779 il soggiorno a Roma e là l’indispensabile completamento formativo, a diretto contatto coi modelli originali dell’Antico. La definitiva consacrazione quale scultore si ebbe a Roma con la realizzazione dei grandiosi Monumenti funebri ai papi Clemente XIV e Clemente XIII. Di questi monumenti sono esposti i calchi in gesso di alcune parti. Nello stesso periodo, Canova intraprese la modellazione di una serie di Bassorilievi in gesso (1787-92) ispirati ad episodi tratti dai grandi poemi classici greco-romani di Omero e Virgilio e alla figura di Socrate. Sono qui presenti tre dei bassorilievi più celebri: La morte di Priamo; La danza dei figli di Alcinoo; Ecuba e le troiane offrono il peplo a Pallade.
Canova già a fine Settecento creò e diffuse un canone neoclassico destinato a enorme fortuna internazionale.
Canova e Venezia: Dedalo e Icaro, primo capolavoro
Al centro della splendida ‘Sala delle vedute’ (1811 e seg.ti) è collocato il gruppo in marmo Dedalo e Icaro (1777-79), capolavoro della giovinezza veneziana di Antonio Canova. L’opera fu realizzata per il procuratore Pietro Vettor Pisani e destinata al suo Palazzo Pisani Moretta sul Canal Grande.
In essa il ventenne Canova attuò, con straordinaria genialità d’invenzione, un suggestivo contrapposto tra il canone classico (Icaro) e un particolare naturalismo pittorico settecentesco tutto veneziano, specie ispirato alle ‘teste’ di Giambattista Piazzetta (Dedalo). La sapientissima composizione lega reciprocamente le due figure attorno ad un ‘vuoto’ centrale, chiuso circolarmente dal filo teso tra l’ala e la mano di Dedalo.
Il trattamento della superficie marmorea è pittoricamente vibrante, ancora lontano dalla levigata purezza poi tipica dello stile canoviano. Eloquente marchio dello scultore, postosi in ideale continuità con l’artefice Dedalo, sono il mazzuolo e lo scalpello posati ai piedi del vecchio architetto. La scultura, presentata alla ‘Fiera della Sensa’ (Ascensione) del 1777 con grande successo popolare, fruttò al giovane Canova i 100 zecchini d’oro coi quali intraprendere il viaggio verso Roma.
Canova, l'Impero, la Gloria: verso il mondo e verso il mito
Lo scultore iniziò a entrare fatalmente nell’orbita napoleonica poiché gli ideali estetici di cui era osannato alfiere furono dallo stesso Napoleone fatti coincidere con quelli dell’Impero. I Bonaparte gli commissionarono numerose sculture: busto e statua di Napoleone in nudità eroica, Ritratto di Paolina Bonaparte Borghese come Venere vincitrice, Ritratto di Madama madre Maria Letizia, Paride (qui presente il modello in gesso originale per il marmo, 1807) e Le Grazie per l’imperatrice Giuseppina di Beauharnais.
Caduto l’impero napoleonico, tornò a Parigi nel 1815 per rivendicare all’Italia i tesori d’arte asportati (per Venezia, tra gli altri, i Cavalli di San Marco).
Morì a Venezia il 13 ottobre 1822. La straordinaria e quasi ‘mitica’ fama internazionale goduta in vita da Canova divenne dopo la morte – in Italia e particolarmente a Venezia – un ‘culto’ che univa il valore dell’arte col popolare sentimento risorgimentale di italianità e riscatto nazionale da lui espresso nella carriera, in azioni e in opere evocative. Ciò è qui testimoniato dal singolare Mobile Canova allestito dal ricco commerciante veneziano Domenico Zoppetti per riunirvi strumenti di lavoro, bozzetti, disegni, dipinti autografi, cimeli personali, ritratti, oggetti di ottocentesca ‘Canova-mania’.
Le sale sono state restaurate nell’ambito del progetto “Sublime Canova”, con il supporto di Venice Foundation, Friends of Venice Italy e del Comité Français pour la Sauvegarde de Venise.