Museo Correr

Museo Correr

Percorsi e collezioni

Civiltà Veneziana

Nelle Procuratie Nuove, ideate dall’architetto Vincenzo Scamozzi (1552-1616), in cui risiedevano le maggiori magistrature della Serenissima, sono illustrati diversi aspetti della Civiltà Veneziana.

*  NOTA: dal 28 giugno 2019  alcune Sale della “Civiltà Veneziana” ospitano la mostra “Francesco Morosini: ultimo eroe della Serenissima tra storia e mito” >

*8. La Libreria a San Vidal. Nella sala sono state rimontate monumentali, architettoniche librerie in noce massiccio provenienti dalla famiglia Pisani che aveva il proprio palazzo in S. Vidal, attuale sede del Conservatorio Musicale di Venezia. Si tratta di un magnifico esempio di arredo seicentesco dove l’impianto classicista su due ordini sovrapposti, sottolineato da eleganti colonne corinzie scanalate, è solo in parte mitigato dalle grandi volute dell’ordine superiore, toccate dall’incipiente gusto barocco. Nelle librerie sono conservati manoscritti rari, volumi a stampa risalenti a epoche tra il primo Cinquecento e il Settecento e la grande raccolta delle commissioni dogali del Museo. I Pisani inaugurano di fatto la stagione della biblioteca-museo nel tentativo di estendere l’immagine della grandezza e della munificenza al servizio della patria al settore librario. Al centro della sala un imponente lampadario settecentesco di fabbrica muranese è probabile produzione della celebre fornace di Giuseppe Briati, come quello della sala successiva.

*9 e 10. Le Magistrature. In queste sale sono esposti alle pareti i ritratti di alcune personalità della nobiltà veneziana nelle vesti tradizionali e rituali delle più alte magistrature della Repubblica. Tra questi i Senatori e i Procuratori di San Marco – con stola di velluto controtagliato sulla spalla – seconda carica pubblica dopo il Doge. L’austera signorilità, l’eleganza sobria ma solenne di queste vesti ufficiali ben assolvono alla funzione di sottolineare la dignità e il decoro delle cariche di governo e il carattere di servizio prestato alla collettività nell’assolvere con onore agli incarichi pubblici. Si segnala il severo Ritratto del Bailo Giovanni Emo attribuito a Pietro Uberti (1671–1726). Il bailo, l’ambasciatore veneziano a Costantinopoli, veniva eletto dal Senato ed aveva una posizione di grande potere in quanto era governatore locale, funzionario commerciale e doveva tenere i contatti con il potere politico locale. Segue il Ritratto di Vincenzo Querini di Bartolomeo Nazzari (1699–1750).

*11. Le monete. Il Museo Correr vanta una straordinaria raccolta numismatica che comprende la serie pressoché completa delle monete coniate dalla Repubblica di Venezia dalle origini (ca. 820 d.C.) fino alla caduta (1797). La sala ne offre, nelle vetrine, una ricca selezione, in un percorso cronologico che si svolge in senso orario (perciò i pezzi più antichi si trovano nelle vetrine disposte lungo la parete a sinistra) e che consente di leggere in modo insolito e assai preciso il lungo dipanarsi della storia della città. Una storia segnata, tra l’altro, dalla fortuna nei commerci, dalla posizione strategica come centro internazionale di scambi, in cui anche la monetazione assume caratteristiche peculiari. Dal IX al XII secolo, la Zecca veneziana emette monete di matrice imperiale. Le ultime risalgono a Enrico IV o V di Franconia (1056–1125). La prima emissione col nome del Doge risale a Vitale II Michiel (1156–1172) mentre, con Enrico Dandolo (1192–1205), viene introdotta una nuova moneta in argento quasi puro e di peso notevole (gr 2,18) se paragonato con i denari di allora: il ducato o grosso matapan. Non è del tutto chiaro se questa sia stata veramente la prima moneta grossa europea, ma è indubbio che la città lagunare ne determina il successo a livello internazionale facendone la “valuta” più apprezzata in tutto il bacino del Mediterraneo. Nel 1285, Doge Giovanni Dandolo, Venezia crea una propria moneta in oro, il ducato, di peso e titolo identici a quelli del celebre fiorino d’oro di Firenze. Apprezzato ben presto quanto e più del fiorino stesso, il ducato, che con il doge Francesco Donà (1545–1553) comincerà a chiamarsi zecchino, diventa la moneta per eccellenza del commercio internazionale di Venezia, destinata ad essere imitata in moltissime regioni, dall’Europa all’India. Purezza del metallo e stabilità del peso rimarranno le principali caratteristiche dello zecchino veneziano che permarrà identico persino nelle raffigurazioni per 250 anni. Dalla fine del XV secolo si scoprono nuovi giacimenti d’argento nell’Europa centrale e, più tardi, inizia lo sfruttamento dei filoni argentiferi ed auriferi delle Americhe. Ciò determina modifiche in tutte le monetazioni d’Europa, ma Venezia è la prima città ad emettere monete di nuovo tipo nel 1472 con il Doge Nicolò Tron, che fa coniare una grossa moneta in argento del valore di una lira, la cosiddetta lira tron o trono. Da questo momento la lira, che fino allora era una pura unità di conto, diventa per la prima volta una moneta effettiva. Nel corso del Cinquecento Venezia rimane una delle più importanti piazze in Occidente del mercato dei metalli preziosi, ma va perdendo centralità nell’ambito del commercio internazionale. La Zecca veneziana dà allora progressivamente vita a nuove produzioni di grande modulo e peso come il ducato e lo scudo d’argento, e anche a monete di valori estranei alla tradizione veneziana tra cui, ad esempio, lo scudo d’oro di derivazione francese (Doge Andrea Gritti 1523–1539), il leone per il Levante (Doge Francesco Morosini 1688–1694), ad imitazione dei diffusissimi leewvedaalder (talleri con il leone) olandesi o il tallero per il Levante battuto a partire dal 1756 ad imitazione del tallero di Maria Teresa ormai dominante i mercati d’Oriente. La rassegna cronologica è chiusa dalle monete coniate dall’ultimo doge, Ludovico Manin, nel 1797. Seguono due vetrine dedicate alle oselle, sorta di monete-medaglie, battute prevalentemente in argento. Il loro nome ha un’origine curiosa: fin dalla seconda metà del XII secolo il Doge soleva omaggiare i Patrizi della città a Capodanno con cinque uccelli (osei) di palude. Questo dono nel tempo fu sostituito con uno equivalente in denaro e quindi, dal 1521, con una moneta coniata appositamente, denominata appunto osella. L’uso rimase poi immutato fino al 1797. Le ultime due vetrine sono invece dedicate alle tessere, manufatti impiegati a partire dal XIV secolo per gli scopi più diversi, così come oggi le “tessere”: alcune erano utilizzate come tessere annonarie nelle distribuzione di olio e sale a famiglie indigenti, altre servivano semplicemente da contrassegni nello scambio delle merci, altre ancora erano impiegate come segno di appartenenza a congregazioni religiose o a Scuole Grandi. Tra le opere a parete, spicca una grande tela con Santa Giustina e i Tesorieri, opera di Tintoretto (1580). Al centro sala, in vetrine, Strumenti della Zecca veneziana.

*12.Venezia e il mare. La naturale vocazione al mare e la fortunata posizione geografica tra Oriente e Occidente consentirono a Venezia di raggiungere nell’Adriatico e nel Mediterraneo Orientale una posizione di egemonia, conquistata con l’abilità nel commercio e difesa con la forza delle armi. Nella flotta la chiave del successo: rapida e ben organizzata in una strategica rete di capisaldi a terra sui percorsi delle rotte abituali, segnava con la propria presenza l’espansione militare della Serenissima (Stato da Mar) e proteggeva la penetrazione economica della marina mercantile in un vasto e continuo pattugliamento delle acque. Nelle galere lo strumento delle vittorie: armate con remi e vela latina, erano in grado di attraversare tutto l’Adriatico in pochi giorni; imbarcavano leggere ma estremamente efficaci bocche da fuoco, e a prua un temutissimo rostro. L’equipaggio, che contava fino a 150 uomini, era reclutato e assoldato nei domini della Repubblica e, in casi estremi, anche tra i reclusi delle prigioni (Galeotti), in cambio dell’abolizione della pena. Fino a quando la supremazia tra le potenze marinare europee coincise con l’egemonia sul Mediterraneo, le galere veneziane furono temute protagoniste del Mare. Cedettero la loro posizione solo dopo lo sviluppo delle marinerie e delle potenze atlantiche e nello scontro logorante contro l’espansione dell’Impero Ottomano. La sala espone modelli di galere, strumenti originali di navigazione e della vita di bordo e, sulle pareti, dipinti evocativi di grandi battaglie navali veneziane contro i Turchi. Al centro della sala due modelli di galera e strumenti originali di navigazione e della vita di bordo. I due dipinti nella parete di fondo raffiguranti Scontri navali presso le isole Curzolari, ricordano un episodio della battaglia di Lepanto (1571), combattuta contro i Turchi per il dominio dell’Isola di Cipro e del Mediterraneo, dalla flotta veneziana unita a quella pontificia di Pio V e a quella spagnola di Filippo II. Celebrata come una grande vittoria della cristianità, segnò in effetti l’inizio del lento ma inarrestabile declino della potenza veneziana: solo due anni dopo, la pace firmata nel 1573 tra la Serenissima e i Turchi concesse a questi ultimi Cipro in cambio della ripresa dei commerci tra Venezia e il Levante. Nelle due pareti laterali due grandi quadri del XVII secolo, con Schieramenti delle flotte veneziane e turche. Sulla parete di sinistra è illustrata la battaglia nel canale di Metelino (Mitilìni, Lesvos) dell’8 settembre 1690, fra i vascelli veneti (Dolfin) e la flotta ottomana, con la nave di Dolfin, Redentore, attaccata dalle galere turche. La parete di destra ospita, invece, la battaglia del 20 settembre 1698 nelle acque di Metelino, fra i vascelli veneti (Dolfin) e quelli ottomani (Mezzomorto), con la nave Aquila mentre muove in soccorso della nave Rizzo d’Oro di Dolfin, immobilizzata e circondata dai nemici. Il ritratto seicentesco sulla parete sinistra, infine, si riferisce a Jacopo da Riva, Capitano da Mar della flotta veneziana, che sostenne l’ennesimo scontro contro i Turchi presso i Dardanelli (1646).

*13. L’Arsenale. La sala è dedicata all’Arsenale, il vastissimo complesso di cantieri e di bacini direttamente e industrialmente gestito dallo Stato sia per la costruzione e il mantenimento della flotta bellica, come di gran parte di quella commerciale. La pianta acquarellata dell’Arsenale, opera seicentesca di Antonio di Natale, è un raro esempio di “veduta” dell’area cantieristica veneziana, solitamente protetta da assoluta riservatezza e da segreto militare. Curiose le due incisioni con vedute della porta dell’Arsenale di Michele Marieschi (1740) e di Giacomo Franco (1596) dove si vede l’uscita degli arsenalotti dal luogo di lavoro. I dipinti raffiguranti l’Arte dei marangoni (falegnami) e l’Arte dei calafati sono le insegne delle più importanti maestranze che, organizzate in corporazioni, lavoravano all’interno dell’Arsenale. Di Alessandro Longhi (1733-1813) è il bel ritratto di Angelo Memmo IV in veste di Capitano da Mar, la più alta carica della flotta militare veneziana. Nelle vetrine, modelli lignei per la costruzione delle navi e rari originali strumenti per la navigazione.

*14. Venezia Forma Urbis. La città dei Veneti per volere della Divina Provvidenza fondata sulle acque, circondata dalle acque è protetta da acque in luogo di mura: chiunque pertanto oserà arrecare danno in qualsiasi modo alle acque pubbliche sia condannato come nemico della Patria e sia punito non meno gravemente di colui che abbia violato le sante mura della Patria. Il diritto di questo Editto sia immutabile e perpetuo.” Questo monito solenne dell’ umanista veneziano Giovanni Battista Cipelli (1478-1556), è noto come Editto di Egnazio ed è scolpito sulla lastra di marmo collocata oggi tra le due finestre di questa sala, ma originariamente murata dietro gli stalli dell’antica sede del Magistrato alle Acque. Era, questa, l’autorità veneziana cui era affidato il compito di sorvegliare il delicato equilibrio dell’ambiente lagunare. Sotto l’ala del leone di San Marco – è qui esposto l’imponente leone marciano in legno (sec. XVII) proveniente da una delle cantorie della Basilica di San Marco – la Città si è espansa con uno sviluppo ininterrotto dai primi nuclei urbani di Rialto verso le aree perimetrali ai limiti della laguna, mantenendo sempre un’attenzione rigorosa ed efficiente alla sua salvaguardia e punendo con straordinario vigore ogni abuso. Le trasformazioni subite dalla città per forma ed estensione tra il XVI e il XVII secolo sono documentate in due grandi dipinti sulla parete sinistra che riprendono, aggiornandola in alcuni particolari, la celebre veduta del de’ Barbari datata MD esposta in sala 22: si tratta della pianta – veduta di Gian Battista Arzenti risalente agli ultimi anni del Cinquecento o ai primi del Seicento e della pianta prospettica di Joseph Heintz il Giovane della metà del Seicento; la città settecentesca è invece documentata dall’Iconografica rappresentazione della inclita città di Venezia (1729) di Ludovico Ughi.

*15 – 18. Armeria Morosini
Queste sale espongono oggetti appartenuti o legati alle gesta di Francesco Morosini, uno degli ultimi grandi ammiragli della flotta veneziana che, con numerose spedizioni militari contro le armate turche, riconquistò il Peloponneso (da cui l’appellativo di “Peloponnesiaco”). Fu doge dal 1688 al 1694 quando, in un ennesimo scontro contro i Turchi, rimase mortalmente ferito a bordo della sua galera nelle acque di Napoli di Romania, l’odierna Nauplia sul golfo dell’Argolide. Tutte le opere esposte provengono dal Palazzo Morosini di campo S. Stefano e vennero acquistate dalla Municipalità di Venezia nel 1895 assieme al ricco ed interessante archivio di famiglia. 

Da queste sale si accede a un altro percorso di visita lungo il contiguo Museo Archeologico Nazionale, mentre l’itinerario sulla Civiltà Veneziana prosegue nelle stanze 19-22 e poi nella stanza 45.

19.Il capolavoro della maiolica del Rinascimento.
Il “Servizio Correr” di Nicola da Urbino
In questa sala è esposto integralmente il cosiddetto “Servizio Correr”, formato da ceramiche dipinte, unanimemente riconosciute tra i capolavori assoluti della maiolica italiana rinascimentale. Realizzato verso il 1510 dal pittore Nicola di Gabriele Sbraghe detto Nicola da Urbino (1480 ca – 1538 ca.), l’insieme è costituito da diciassette piatti rotondi, superstiti di una ‘credenza’ certamente in origine più numerosa. Non erano pezzi destinati all’uso, ma piuttosto all’ostentazione. I piatti sono suddivisibili in vari sottogruppi, omogenei per forma e tematica figurativa; sono individuabili il gruppo con la Storia di Orfeo ed Euridice, quello con Storie di coppie di amanti dalle Metamorfosi di Ovidio o da altre fonti letterarie o popolari, quello con Storie del Vecchio Testamento. Queste maioliche sono veri capolavori per la sapienza compositiva, la delicata poetica figurativa, la qualità tecnica pittorica e coloristica. Affascinano le ambientazioni nelle profondità della natura e del paesaggio; vi aleggia un’ atmosfera singolarmente vicina alla sensibilità neo-platonica che dominava nel mondo culturale Veneto e che ebbe in Giorgione il più alto interprete. Sono opere riconosciute alla giovanile ma subito altissima attività di Nicola, forse prima del suo trasferimento da Casteldurante (oggi Urbania) a Urbino, dove divenne maestro ricercato per le maggiori corti italiane, come quelle degli Este e dei Gonzaga. Appartenente alla raccolta di Teodoro Correr, nulla si sa dell’origine di questo servizio, ma è probabile che la sua committenza d’alto livello sia veneziana e che, quindi, abbia decorato superbamente la sala dei banchetti di uno dei più prestigiosi palazzi della città.

20. Bronzetti veneti del Rinascimento. 
Nel Rinascimento la produzione di Bronzetti rappresenta un genere particolare, destinato a una colta élite di raffinati amatori. Accomunati dal gusto antichizzante e talvolta tendente alla consapevole contraffazione, i bronzetti costituiscono in quest’epoca uno dei campi più proficui per la ricerca formale e iconografica. Si spazia da creazioni plastiche originali a riproduzioni ‘da tavolo’ di celebri sculture classiche o contemporanee a oggetti d’uso pratico reinventati fantasiosamente, utilizzando il lessico decorativo “all’antica” (lucerne, candelieri, calamai, campanelli, mortai, scrigni, bruciaprofumi ecc.). Vi si applicano sia artefici specializzati, a capo di botteghe-officina organizzate, sia artisti – anche assai celebri – abitualmente dediti alla scultura monumentale. 
In queste salette è proposta una selezione della vasta e ricca collezione di bronzetti del museo. Vi è esemplificata soprattutto la produzione di area veneta, dalla seconda metà del Quattrocento al primo Seicento, con le migliori officine di Padova – di cui sembra furono iniziatori Donatello e l’allievo Bartolomeo Bellano – e di Venezia.
Andrea Briosco detto il Riccio (1470 ca.-1532) fu protagonista e ispiratore della produzione bronzistica padovana del primo Cinquecento. Si distingue per la varietà dei temi, ispirati o copiati da reperti archeologici. I soggetti sono legati a un mondo immaginoso particolarissimo, antropomorfo, animale o mitologico, interpretato con spiccata vivacità espressiva e sagace ironia. La destinazione è spesso di uso pratico (ad esempio le lucerne, in innumerevoli varianti fantasiose). In questa scia si inserisce la produzione di  Severo Calzetta da Ravenna (1465/’75 – ante 1538) con un ben individuato gusto grottesco. Quasi certamente padovani, di autore non precisato, sono le due Scatole a forma di granchio, il Serpentello e le due Lucertole in lotta, caratteristici per essere stati realizzati a partire da calchi dal vero.
Parallela e congiunta è la produzione di Medaglie e Placchette. Per tutti i generi, la comune tecnica fusoria ‘a cera persa’ – ossia a partire da un ‘tipo’ in cera modellato singolarmente, oppure tratto da stampo, ma eventualmente modificabile nei dettagli – consentiva  una produzione seriale o in esemplare unico. I pezzi, accuratamente nettati e rifiniti a bulino, erano solitamente coperti in superficie da raffinate patine scuro-lucide o, eccezionalmente, da doratura.

21. Bronzetti veneziani del Cinquecento
L’arrivo nel 1527 a Venezia di Jacopo Sansovino (1486-1570), già affermatosi a Firenze nella statuaria in marmo, provoca un profondo rinnovamento nella scultura veneta, in senso spiccatamente manierista. A Venezia egli si applica anche all’arte del bronzetto, efficace mezzo di diffusione delle nuove tendenze. La sua dinamicità plastica influenza largamente l’opera del maggiore scultore in bronzo del Cinquecento veneto, Alessandro Vittoria (1525-1608), caratterizzata da un’intensa vitalità dei gesti e dei volti, quasi a preludere la scultura barocca. Entrambi i maestri producono in prima persona numerosi piccoli bronzi figurativi sacri o profani. Tra questi ultimi, privilegiano soggetti mitologico-allegorici da godere come sculture autonome o da applicare a manufatti come grandi alari, oppure a mobili architettonici come stipi, medaglieri, secretaires. Sul tema sacro realizzano sculture per tabernacoli, altari, pulpiti … Le opere originali dei maestri vengono largamente replicate dalle loro botteghe, spesso con originali varianti. Qui è documentata proprio questa produzione “di bottega” non sempre all’altezza dei modelli dei maestri. Invenzione attribuita a Vittoria è il Picchiotto con Nettuno e cavalli marini, la cui funzione era quella, originale e tipicamente veneziana, di battente per portone di palazzo,
Partecipe e buon protagonista del medesimo ambiente artistico veneziano derivato da Sansovino è anche il veronese Girolamo Campagna (1549-post 1617). Nicolò Roccatagliata (1560 ca.-1636 ca.), genovese, è invece attivo stabilmente a Venezia dal 1590 circa., dove si ambienta anche stilisticamente. Singolare è la sua specializzazione sul tema del putto e dell’amorino, di cui crea infinite variazioni, sempre piacevoli e spesso giocose, come nei due piccoli gruppi che, uno sulle spalle dell’altro, rappresentano la popolare gara veneziana delle “Forze d’Ercole”.
Altro artista che veicola verso il Seicento la lezione manierista della scultura veneziana è il padovano Tiziano Aspetti (1557/’59-1606). Allievo e collaboratore di Campagna, sente il fascino di Michelangelo. Affianca alla vitalità dei gesti e alla dinamicità delle figure un’intensa carica espressiva pre-barocca.

22. Jacopo De Barbari e l’arte della stampa xilografica
Dalla fine del Quattrocento Venezia è la capitale europea dell’arte tipografica e dell’editoria: libri spesso arricchiti da figurazioni a incisione. Assieme all’epocale rivoluzione culturale prodotta dalla stampa, immediato ed enorme è anche lo sviluppo dell’immagine serialmente riprodotta.
Proprio a due capolavori assoluti dell’incisione rinascimentale su matrice lignea (xilografia) è dedicata questa sala.
Celeberrima è la Veduta di Venezia a volo d’uccello di Jacopo de’ Barbari (1470?- ante 1516) datata MD, ossia 1500. Assieme alle straordinarie matrici originali in legno di pero è qui esposto il primo ‘stato’ dell’incisione, in cui il campanile di San Marco, danneggiato nel 1489 da un fulmine, ha ancora una copertura provvisoria in tegole. I sei blocchi in legno intagliati magistralmente e la limpida, esatta, maestosa immagine di Venezia emanano il fascino di una grande opera poetica e stupiscono per la straordinaria perizia tecnica e l’imponente impresa di rilevazione, misurazioni, proiezioni, disegno, intaglio che l’hanno resa possibile. Venezia, ritratta da un punto d’osservazione molto alto, ‘a volo d’uccello’, è ripresa da sud con in primo piano una parte della Giudecca e l’isola di San Giorgio. Sullo sfondo, oltre alle isole della laguna settentrionale, il profilo delle Prealpi con Seraval a indicare la via per il Nord. Dal tessuto urbano emergono le architetture più fortemente rappresentative: l’area di San Marco, centro del potere politico della città, le basiliche dei Frari e dei SS. Giovanni e Paolo, le facciate dei palazzi in Canal Grande, l’Arsenale. Riprodotti meticolosamente, si distinguono con nitidezza numerosissimi dettagli (pavimentazioni, tegole, facciate, rampicanti, camini, strade, campanili, campielli… ), che ne fanno un documento di estrema rilevanza, unica testimonianza visiva della Venezia cinquecentesca nella sua totalità. Le numerose navi in bacino e il brulicare di barche in Canal Grande sottolineano l’operosità e la potenza commerciale e marittima della città, mentre la presenza allegorica di Mercurio e di Nettuno indicano l’ intento celebrativo dell’opera. Ma nella Veduta del de’ Barbari – che raggiunge l’ambizioso traguardo di raffigurare la città dall’alto, quanto all’occhio umano non era dato di sperimentare se non in sogno – la visione umana si identifica con quella della divinità. La cultura del Rinascimento rivendica così una nuova creazione: un’immagine di città che propone una visione di sintesi, sotto la guida delle leggi della geometria e della prospettiva. Stampata dal mercante tedesco Anton Kolb e messa in vendita dopo tre anni di lavoro, essa riscuote immediato successo e lunga fortuna.

 

45. Il Bucintoro. Il Bucintoro è la mitica nave su cui il Doge e la Signoria si recavano ogni anno all’Ascensione nel porto del Lido per celebrare il singolare rito dello sposalizio tra Venezia ed il Mare. Si fabbricarono, sin dai tempi più antichi, vari esemplari del Bucintoro. L’ultimo fu realizzato tra il 1722 e il 1728, sotto la direzione dell’ingegnere navale Michele Stefano Conti. Misurava 35 metri di lunghezza e 7 di larghezza ed era mosso da 168 rematori. Nel 1797 il Bucintoro, privato dell’apparato decorativo, fu armato di cannoni e destinato alla difesa della laguna. Successivamente venne trasformato in carcere galleggiante e infine demolito nel 1824. La sala documenta lo splendore di questa imbarcazione, attraverso incisioni, dipinti e alcuni notevoli Frammenti in legno dorato dell’apparato decorativo dell’ultimo Bucintoro, opera di Antonio Corradini (1729) e della sua bottega. Segue il dipinto l’Imbarco sul Bucintoro della Dogaressa Morosina Morosini Grimani (pittore veneto del sec. XVII) al suo palazzo sul Canal Grande a S.Luca; si noti sulla parete destra del dipinto il “teatro del mondo”, padiglione galleggiante utilizzato per le feste Un busto in terracotta dipinta, infine, raffigura l’Ammiraglio Francesco Duodo, opera di Alessandro Vittoria (1525-1608).

46/47. Le Feste. Le grandi scene di vita veneziana, esposte a parete, sono dovute al pittore tedesco, ma attivo in Venezia alla metà del Seicento, Joseph Heinz il Giovane. Si tratta di eventi festosi, occasioni di cerimonia in differenti scenari urbani resi dal’artista con grande vivacità e partecipazione. L’ingresso del Patriarca Federico Corner a S. Pietro di Castello avviene tra miriadi di gondole e di lussuose “bissone”, le tradizionali barche “da parada” veneziane. La Chiesa di S. Pietro, nel sestiere di Castello, è stata sede della cattedra patriarcale fino al tempo di Napoleone allorché la Basilica di S. Marco subentrò in tale funzione e la stessa abitazione del Patriarca di Venezia si trasferì nel nuovo Palazzo Patriarcale nella Piazzetta dei Leoncini. Il “fresco” nel canale di Murano è il tradizionale corso di barche addobbate che si teneva nel giorno dell’Ascensione. Sullo sfondo del dipinto si notano l’Abbazia di S.Cipríano (a destra) e la chiesa di S.Stefano (al centro), demolite nell’’Ottocento. La caccia ai tori in campo San Polo presenta un divertimento popolare che si teneva in vari campi della Città durante il periodo di Carnevale. I tori venivano lasciati liberi tra la gente o tenuti per le corna da robuste funi mentre cani mastini, appositamente addestrati, vi si avventavano contro mordendo loro le orecchie. Le bestie alla fine, esauste e sanguinanti, venivano decapitate con un enorme spadone impugnato a due mani. La stessa festa veniva offerta dai becheri (macellai) al Doge, alla sua famiglia e ai dignitari l’ultima domenica di Carnevale nel cortile di Palazzo Ducale.

48/49/50/51. Arti e mestieri. Quattro salette sono dedicate alle Arti veneziane, corporazioni di mestiere alle quali bisognava necessariamente essere iscritti per esercitare qualsiasi tipo di attività artigianale e commerciale. Queste consorterie, nate durante il Medioevo, a Venezia rimasero in vita fino alla caduta della Repubblica. Ognuna di esse aveva un regolamento interno con norme precise, le “mariègole” ed era soggetta allo stretto controllo statale attraverso la magistratura della Giustizia Vecchia, con sede nel Palazzo dei Camerlènghi, a Rialto. Le insegne che si trovano in questa sala provengono proprio da questo palazzo e servivano probabilmente da segnale per appendere gli avvisi riguardanti norme, tasse, ed altre comunicazioni relative a ciascuna corporazione. Quelle su tavola, più antiche (XVI–XVII secolo) mantengono una certa uniformità compositiva: nella parte superiore gli stemmi dei magistrati della Giustizia Vecchia, in quella inferiore una raffigurazione inerente l’attività dell’arte; quelle su tela sono tutte settecentesche e rivelano più ampia libertà di rappresentazione. Nelle vetrine sono esposti vari oggetti, esempi della produzione artigianale veneziana, tra cui curiose calzature da donna prodotte dai caleghèri, molto alti per non sporcarsi sulle strade fangose; bello anche il portaparrucche in legno dipinto, dell’arte dei Petteneri (parrucchieri). Due salette sono dedicate in particolare all’arte dei Dipintori, con preziosi e rari Cuoridoro, grandi pannelli di cuoio impresso e dipinto, usati per arredo e tappezzeria. Nella successiva dedicata all’arte dei Tajapiera, gli scultori, pregiati esempi di stemmi familiari in pietra d’Istria, leoni in “moleca”, l’urna per le denunce segrete e l’Altarolo del Traghetto della Maddalena, d’arte lombardesca.